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Provincia di Pesaro e Urbino
Sito in fase di aggiornamento a seguito del riordino delle Province (L. 56/14 e L.R. Marche 13/15)

Tifernum Mataurense

In età romana la principale arteria stradale del territorio corrispondente all’attuale provincia di Pesaro e Urbino era senz’altro la Flaminia.

Aperta nel 220 a.C. per opera di Gaio Flaminio, da cui la strada prese il nome com’era da tradizione nel mondo romano, questa via costituiva il più importante collegamento del versante adriatico fra Roma e l’area padana.

A nord il suo capolinea era Ariminum (Rimini), dove si raccordava con altre strade consolari costruite alcuni decenni dopo, fra cui la via Aemilia (187 a.C.), che attraversava la Pianura Padana fino a Piacenza (Placentia), e la via Popilia (132 a.C.), che seguiva il litorale adriatico fino ad Adria (Hatria).

In molti tratti il suo percorso ricalca direttrici già frequentate in epoca protostorica, soprattutto in quei settori, come le impervie gole del Burano e del Candigliano o il tratto costiero compreso fra Fanum Fortunae e Ariminum, dove la geografia fisica risultava fortemente condizionante e costringeva a passaggi obbligati, ancora oggi seguiti dalla viabilità attuale.

La strada fu oggetto di consistenti interventi voluti da Augusto e in misura minore da Vespasiano, al quale si deve la nota galleria del Furlo. Per l’età di Traiano e Adriano si hanno attestazioni più modeste, come pure semplici interventi manutentivi sono stati promossi al tempo di Diocleziano.

Le imponenti infrastrutture - gallerie, sostruzioni e ponti - costruite dai Romani, di cui ci è rimasta ampia testimonianza, consentono di riconoscere con precisione gran parte del tracciato, soprattutto nel tratto appenninico.

Ulteriori indicazioni in tal senso ci vengono anche dai cosiddetti itineraria, vere e proprie “guide stradali” dell’epoca che permettevano di pianificare il viaggio, prevedendo tempi di percorrenza e soste.

I pochi itineraria giunti fino a noi in copie medievali si dividono in due grandi gruppi: si può avere un semplice elenco di percorsi stradali, con indicate le località, i luoghi dove fare tappa e le relative distanze (itineraria adnotata), oppure le medesime indicazioni erano riportate su vere e proprie rappresentazioni cartografiche (itinerararia picta).

Fra i primi ricordiamo, per le informazioni riguardanti l’area marchigiana e la via Flaminia in particolare, l’Itinerarium Gaditanum, resoconto del I secolo d.C. di un viaggio da Cadice (Gades) a Roma inciso su quattro bicchieri d’argento rinvenuti a Vicarello sul lago di Bracciano, l’Itinerarium Burdigalense o Hierosolymitanum, descrizione di un viaggio in Terrasanta fatto nel 333 d.C. da un pellegrino che da Bordeaux (Burdigala) si è recato a Gerusalemme (Hierosolyma), e soprattutto l’Itinerarium Antonini, una “guida stradale” dell’età di Caracalla (inizi del III secolo d.C., ma con aggiunte e interpolazioni di IV secolo) riguardante ben 372 strade dell’Impero. L’itinerarium pictum più noto e importante è senza dubbio la Tabula Peutingeriana, una rappresentazione cartografica su rotolo di pergamena redatta in età medievale e derivata da un originale del IV secolo d.C..

Come detto, oltre alle città in questi itineraria erano riportati anche i luoghi di sosta dove fare tappa. Al riguardo la terminologia è abbastanza articolata: statio, mansio, mutatio in origine avevano un significato tecnico preciso, che, a volte, con il passaggio all’età tardoantica tenderà a perdersi, tanto da assumere una connotazione più generica di “luogo di sosta, di tappa” fino a renderli quasi sinonimi.

Le mansiones, presenti lungo le grandi vie di comunicazione alla distanza di un giorno di viaggio da una città o da un’altra mansio, erano luoghi di sosta attrezzati per il pernottamento dei viaggiatori e il ricovero degli animali. Le mutationes erano semplici luoghi di tappa, posti ad un intervallo massimo di dieci miglia o poco più l’uno dall’altro, dove era possibile cambiare i cavalli o gli animali da tiro e rifornirsi di viveri.

Su di esse si strutturava il cursus publicus, il servizio di trasporto di messaggi, di persone e di merci che viaggiavano per conto dell’amministrazione statale, servizio già esistente in forma embrionale in età repubblicana ma ristrutturato e potenziato da Augusto.

Infine, vi erano le stationes nelle quali l’attività ricettiva era talvolta affiancata da un presidio militare o con funzioni fiscali.

Negli itineraria le distanze le singole località espresse in miglia, come pure in miglia sono quelle indiindicate sui cippi che venivano posti lungo il percorso stradale e indicanti in genere la distanza da Roma. Lungo il tratto della via Flaminia che attraversa la provincia di Pesaro e Urbino ne sono stati recuperati diversi che, insieme alle testimonianze archeologiche ed epigrafiche, alle indicazioni fornite dagli itineraria e all’analisi geomorfologica del territorio, concorrono a ricostruire il percorso della consolare.

Il percorso che andiamo sinteticamente a illustrare è quello che non deve aver subito significative modifiche rispetto a riguarda una più approfondita descrizione delle strutture, delle aree e dei siti archeologici qui ricordati in breve, per esigenze di sintesi, si rimanda alle specifiche schede.

In questo tratto dei pannelli, sistemati nell’ambito del “Progetto Flaminia” promosso alcuni anni fa dall’Ammistrazione Provinciale di Pesaro e Urbino, illustrano le principali strutture di interesse archeologico rimaste lungo l’antico tracciato della consolare.

Dopo aver attraversato il Passo della Scheggia (m 632 s.l.m.), uno dei più agevoli valichi dell’Appendell’Appennino centrale, la Flaminia entrava nel territorio marchigiano superando la stretta Gola delle Fucicchie con un tracciato più accidentale rispetto a quello seguito oggi dalla Statale.

La consolare, infatti, si manteneva sul versante sinistro con un percorso a mezza costa contrassegnato dalla presenza di imponenti sostruzioni e ponti che interventi di restauro, promossi dalla Soprintendenza per i Beni Archeologici delle Marche, stanno recuperando e valorizzando: lungo l’antico tracciato, si incontrano il Ponte Voragine, il Ponte a tre archi e, poco più a valle, il Ponte Grosso.

Dopo circa 200 m si notano le imponenti sostruzioni di Pontericcioli, in prossimità delle quali si staccava la strada che portava a Iguvium (Gubbio). La Flaminia proseguiva poi in destra del Burano fino a Cantiano, sostenuta da altri lunghi tratti di sostruzioni viste e descritte alla fine dell’Ottocento da Montecchini.

Oltrepassato Cantiano, dove alcuni studiosi collocano l’antico centro di Luceolis, subito dopo l’abitato di Pontedazzo la consolare si incuneava nella stretta Gola del Burano, correndo in genere sulla destra del torrente, eccetto un breve tratto posto tra Ponte Grosso e Ponte Alto; qui il tracciato della strada romana e quello della vecchia Statale Flaminia sostanzialmente coincidono, essendo fortemente condizionati dalla geografia fisica.

A nord di Cantiano, durante i lavori di costruzione della superstrada (SS 3 Variante Flaminia) sono stati messi in luce e sagnalati numerosi tratti di sostruzioni che mantenevano il piano della consolare sopraelevato rispetto all’alveo del fiume.

Il passaggio attraverso le strettoie del Burano aveva richiesto la realizzazione di imponenti opere d’arte per superare una situazione morfologica assai disagevole, seconda per asperità solo a quella che caratterizza la vicina Gola del Furlo, così da porre la via al riparo dalle piene e garantire un transito sicuro, regolare e continuativo in un settore dove in precedenza la viabilità era fortemente condizionata dalle situazioni climatiche.

In questa zona la struttura antica più significativa è senza dubbio il Ponte Grosso - omonimo di quello già incontrato a monte di Pontericcioli, ma ben più monumentale - che per tecnica costruttiva è attribuito agli interventi di potenziamento e monumentalizzazione della strada promossi da Augusto e che ancora oggi è utilizzato dalla viabilità ordinaria.

Proseguendo in direzione di Cagli si incontrano altre strutture quali il già citato Ponte Alto, il Ponte dei Ciclopi e due chiavicotti in località Foci. A Cagli (Cale/Ad Calem), in età romana imperiale una semplice mutatio o un vicus come ricordano i vari itineraria, la Flaminia passava sulla sinistra del Burano attraverso il Ponte Taverna, di cui ora restano solo le spalle e un pilone al centro dell’alveo riferibili a rifacimenti di età medievale.

Da Cagli si staccava un diverticulum ricordato nell’Itinerarium Antonini che, attraverso la valle del Cesano, dove si trovava il municipium di Suasa, raggiungeva la via costiera adriatica presso la stazione di Ad Pirum da ubicarsi nella zona di Villa Terni presso Marotta di Mondolfo.

All’uscita di Cagli la consolare oltrepassava il torrente Bosso con l’imponente struttura di Ponte Mallio (o Manlio) e proseguiva sempre in sinistra del Burano in direzione di Acqualagna, con un percorso per lunghi rettifili parallelo a quello dell’odierna SS 3 Variante Flaminia (qui a corsia unica); all’altezza del km 239 di questa strada, in località Smirra, si può notare un altro tratto di sostruzioni in opera quadrata con piccolo chiavicotto che consentiva il deflusso delle acque di versante al fondovalle.

In prossimità dell’odierna Acqualagna, dove il Burano confluisce nel Candigliano, dalla Flaminia si staccava la strada che portava al Passo di Bocca Serriola (m 730 s.l.m) e di qui alla valle del Tevere.

Lungo questa strada, in località Pole, su un ampio terrazzo fluviale in sinistra del Candigliano si trovava Pitinum Mergens.

In età tardoantica la città per la sua posizione di fondovalle difficilmente difendibile fu abbandonata, e il ruolo di centro di riferimento politico-amministrativo di quest’area passò a Cale (Cagli), la cui fortuna è stata legata alla stretta connessione con il tracciato della Flaminia e alla possibilità di sviluppare il nuovo abitato in un sito naturalmente difeso.

Lasciata Acqualagna, dove ricordiamo anche la presenza di una grande villa in località Colombara, la Flaminia proseguiva in direzione della Gola del Furlo. Il tratto precedente l’impervia strettoia fra i monti Pietralata (m 888 s.l.m.) e Paganuccio (m 976 s.l.m.) correva in sinistra del Candigliano, su imponenti sostruzioni di cui restano importanti testimonianze presso l’Abbazia di San Vincenzo.

Anche il transito all’interno della Gola del Furlo era stato reso sicuro e praticabile in maniera continuativa solo dall’intervento degli ingegneri romani: lo sbarramento artificiale creato sul Candigliano, con conseguente formazione di un lago, ha modificato il paesaggio e soprattutto non permette più di apprezzare la monumentalità dei muri di contenimento e di sostegno del piano stradale, che, insieme ai tagli nella roccia, consentivano il passaggio della consolare.

Com’è noto, dopo i consistenti interventi di età augustea il tracciato della strastrada assunse il suo attuale e definitivo assetto ai tempi dell’imperatore Vespasiano, con lo scavo di una seconda galleria più interna e più lunga rispetto a quella già esistente.

Nella gola l’Itinerarium Hierosolymitanum colloca la mutatio di Intercisa - o Ad Intercisa come è indicata nella Tabula Peutingeriana - a nove miglia da Forum Sempronii.

Poco oltre il Furlo, il Candigliano confluiva nel Metauro e dalla zona di Fossombrone si apriva un’estesa vallata fluviale che progressivamente si ampliava fino alla costa, rendendo più semplice transito della consolare.

La Flaminia attraversava il Metauro con un ponte fatto costruire da Traiano, successivamente oggetto di numerosi restauri e poi distrutto nel corso dell’ultima guerra mondiale, per cui ne rimangono solo le due pile centrali e le testate laterali.

Da Calmazzo si staccava un altro diverticolo che risaliva la valle del Metauro raggiungendo Urvinum Mataurense (Urbino) e poi Tifernum Mataurense (Sant’Angelo in Vado). Sempre a Calmazzo di recente è stato messo in luce e reso visitabile un grande recinto funerario familiare, appartenuto alla gens Cissonia e sorto in evidente connessione con il tracciato della consolare.

La strada attraversava poi la città di Forum Sempronii, che proprio su di essa aveva strutturato copio è un evidente richiamo alla galleria fatta costruire da Vespasiano, senza dubbio l’opera maggior impatto visivo e di più alta ingegneria, tanto da essere richiamata anche nel toponimo attuale “Furlo”, derivato da “Forolo/Furulus”. Poco oltre il Furlo, il Candigliano confluiva nel Metauro e dalla zona di Fossombrone si apriva un’estesa vallata fluviale che progressivamente si ampliava fino alla costa, rendendo più semplice transito della consolare.

Il passaggio di una direttrice così importante deve aver esercitato una forte attrazione insediativa: lungo il suo tracciato dovevano allinearsi numerosi siti volti ad un intenso sfruttamento delle potenzialità agricole del territorio, quali villae e semplici fattorie. Queste talvolta fornivano anche ospitalità ai viaggiatori e si affiancavano in tale servizio a complessi propriamente ricettivi: ne sono testimonianza le strutture parzialmente visibili a Tavernelle di Serrungarina, località, che ancora oggi nel proprio nome ricorda la presenza di tabernulae, e forse l’edificio con pavimento in opus spicatum (mattonelle fittili disposte a spina di pesce) messo in luce nel 1937 a Calcinelli di Saltara.

Qui, in base al calcolo delle distanze, va posta la mutatio Ad Octavo, cioè il luogo di tappa ricordato nell’Itinerarium Hierosolymitanum e posto a metà strada fra Forum Sempronii e Fanum Fortunae.

Dalla località Forcole il percorso della Flaminia consiste in un lunghissimo rettifilo ininterrotto fino alla città di Fano e coincide perfettamente con il decumanus maximus della centuriazione fanestre, a conferma che questa strada fu l’asse su cui si strutturò non solo l’urbanistica di Fanum Fortunae ma anche l’assetto agrario del suo territorio.

Si ha qui uno dei rarissimi casi di applicazione in ambito peninsulare della costituendorum limitum ratio pulcherrima che - come ricorda Igino Gromatico - prevedeva la coincidenza tra gli assi generatori dell’impianto cittadino e quelli dell’assetto centuriale.

Tra Ad Octavo e Fanum Fortunae sono stati recuperati nel passato quattro miliari, tutti datati al IV secolo d.C. e ora conservati nel Museo Civico Archeologico di Fano.

Di particolare interesse, per il computo delle distanze con la vicina Pisaurum, è quello rinvenuto a Rosciano poco dopo la metà dell’Ottocento, a due miglia dalla città: l’iscrizione ricorda Valentiniano, Valente e Graziano, si data al 367-375 d.C. e indica una distanza di 179 miglia da Roma.

Dopo Rosciano la Flaminia entrava in Fanum Fortunae transitando sotto l’arco fatto costruire da Augusto nel 9-10 d.C., che costituiva il punto di arrivo della consolare sulla costa adriatica.

La ricostruzione del tracciato della Flaminia da Fanum Fortunae (Fano) a Pisaurum (Pesaro) pone maggiori problemi. Di certo la strada non seguiva il percorso litoraneo oggi tenuto dalla Statale Adriatica: la stretta lingua costiera su cui corrono la strada moderna e la ferrovia si è in gran parte formata in tempi relativamente recenti, in seguito alla redistribuzione degli apporti solidi del Metauro e dell’Arzilla nella zona a nord di Fano e all’accumularsi di materiali franati dall’alta falesia per effetto dell’erosione marina, nel tratto che va dal fosso Seiore a Pesaro.

Nell’antichità, dunque, la morfologia di questo tratto di costa doveva presentarsi ben diversa da quanto visibile oggi, con il mare che arrivava a lambire i rilievi costieri, senza offrire alcuna possibilità di passaggio litoraneo.

È opinione condivisa che in piena età repubblicana non vi era motivo perchè la Flaminia dovesse raggiungere la costa adriatica: l’abitato di Fanum Fortunae - la cui natura e struttura in questa fase sono ancora incerte e necessitano di nuove acquisizioni archeologiche - non rivestiva comunque una importanza tale da giustificare il passaggio della consolare; inoltre il transito per la piana di foce dell’Arzilla poneva notevoli problemi di praticabilità, per la naturale tendenza del tratto di foce a dar vita a fenomeni di esondazione e impaludamento, secondo una situazione comune nelle basse piane fluviali delle Marche non ancora regimate dall’opera degli agrimensori.

Del resto la strada era nata come asse di interesse prevalentemente militare nell’ambito della romanizzazione di questo settore medioadriatico, per cui la sua esigenza primaria era quella di collegare con il tracciato più “economico” possibile, in termini di tempo, praticabilità e sicurezza, la bassa valle del Metauro con la piana di foce del Foglia, dove si era già formato un piccolo aggregato di cittadini romani (conciliabulum civium Romanorum), nel sito in cui nel 184 a.C. verrà dedotta la colonia di Pisaurum.

Per questo si ritiene che il tracciato originario, giunto nella zona di Forcole (toponimo che ricorderebbe proprio un antico incrocio stradale) poco oltre Rosciano, “tagliasse” fuori la piana di foce dell’Arzilla e del Metauro per puntare in direzione nord attraverso i rilievi collinari.

Successivamente, nel corso del I secolo a.C. la crescita d’importanza di Fanum Fortunae e la sua conseguente trasformazione a centro amministrativamente autonomo, con una propria identità e struttura urbana, fecero della città una tappa obbligata anche per la Flaminia. Inoltre le opere di sistemazione agraria promosse dai Romani, con conseguente intervento di regimazione delle acque, dovevano aver reso stabile e sicuro l’attraversamento dell’area di foce di Arzilla e Metauro. Di qui lo spostamento del tracciato della strada verso il litorale, con probabile mantenimento dell’itinerario originario come strada secondaria.

Per motivi di sintesi non è il caso in questa sede di soffermarsi sulle diverse ipotesi avanzate la difficoltà in questa ricostruzione si deve sostanzialmente alla mancanza di dati archeologici significativi.

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